L’altro giorno ero in macchina, andando in giro a sbrigare delle faccende, ed Alessandro Milan e Leonardo Manera mi tenevano compagnia con una puntata della loro trasmissione Uno, Nessuno, 100Milan. Messi da parte i toni evidentemente filo-americani del conduttore (sottolineati dalla selezione musicale spesso a stelle e strisce), a me piacciono i monologhi che il buon Manera prepara di tanto in tanto. Monologhi che portano gli ascoltatori a riflettere, a volte con un sorriso amaro, sui fatti a cui assistiamo in questi mesi. Quello che ho deciso di conservare oggi sul blog è stato particolarmente bello e profondo, e rispecchia esattamente quello che penso sulla questione del riarmo. Perché se da un lato si dice “si vis pacem, para bellum” per giustificare le ingenti spese occidentali in materia, poi non si può andare a bombardare l’Iran perché starebbe lavorando ad una presunta (ma mai verificata) bomba atomica da decenni. Ipocrisia a quintali.
Io non vorrei, giuro, cerco di trattenermi, mi sforzo, mi applico, mi contengo. Ma comincio a provare sempre più forte un senso di nausea verso quelli che parlano di riarmo riarmo, riarmo, riarmo. Necessario come unica soluzione. Soldi in armi, armi e morte, come se non ci fosse alternativa. Ecco lo sento, stanno arrivando i conati. Cerco di distrarmi, cambio canale, ma mentre faccio zapping c’è qualcuno che ricomincia a dirlo: riarmo, riarmo, riarmo, dobbiamo comprare armi, spendere in armi. Perché sì, la scuola, la sanità, saranno pure importanti, ma più importante di tutto è il riarmo.
Meglio rinunciare anche ad investire in scuole sanità, se c’è bisogno di comprare armi, se c’è bisogno del riarmo. Allora cambiare canale, cambiare magari giornale, non mi basta più. Provo a prendere una pastiglia, una di quelle antinausea, magari per un po’ funziona, ma solo per pochi minuti. Perché poi mi tornano in mente loro: ricomincio a rivedere quelle facce rispettabili, incravattate, nei loro completi appena stirati. Sono persone rispettabili. Parlano in modo solenne, con l’atteggiamento di chi è superiore, di chi se non la pensi come loro ti fanno sentire come un irresponsabile, uno che vuole la distruzione dell’Occidente, delle democrazie occidentali. Senza accorgersi, però, che gran parte di quei valori delle democrazie occidentali li stanno distruggendo anche loro, proprio loro continuando a parlare di riarmo, riarmo, riarmo, riarmo.
Eh sì, perché l’unico atteggiamento responsabile per loro è il riarmo, il riarmo. E lo dicono tutti. Tutti loro che in guerra non ci andranno mai, ma che vogliono dare a lezione tutti gli altri: il riarmo come unica soluzione possibile. Ecco, la pillola che avevo preso antinausea ha già smesso di fare effetto, e ricomincia ancora nausea, ricominciano i conati di vomito. Il 2% del PIL non basta, il 3% non basta, ci vuole il 5, perché non allora il 6 o il 10? Ed a scuola, invece di italiano e filosofia, insegniamo subito a usare i fucili, i moschetti. In modo che i bambini possano cominciare subito ad odiare gli altri, perché sono tutti pericolosi quelli che sono ai confini. E se quelli ci invadono, dobbiamo essere pronti con bombe, fucili, elmetti, mortai.
Sono gli stessi, quelli, che dicono che la nostra Costituzione è la più bella del mondo, anche se l’articolo 11 ripudia la guerra. Sono gli stessi che erano lì al funerale del Papa a tesserne le lodi, perché parlava di pace, e poi invece loro parlano solo di riarmo, riarmo. Ma che ipocrisia è? Ecco adesso la nausea è più forte che mai, i conati diventano potentissimi, quelli lì, quelle persone rispettabili non riesco più a vederle. Ho voglia di vestirmi da clown, con naso rosso e la parrucca e le scarpe lunghissime, ed ogni volta che dicono riarmo, andargli davanti a fare una pernacchia, bella, forte, potente. Invece quelli vengono presi sul serio. Gli si dà ascolto, sono in tutte le televisioni, in tutti i giornali. Non hanno prospettive, quelli, sono appiattiti sul riarmo, sulle bombe, non hanno un’idea diversa. Non sanno immaginare altro. Si sono incarogniti sull’idea del riarmo, l’unica possibile per loro.
Ed allora l’ansia non si può più fermare, mi sento soffocare, ho bisogno di respirare, ho bisogno di non vedere mai più quella gente, quelle facce. Ho bisogno di pensare a una barca a vela che, senza rumore, si sposta lontano da quelle facce, e va verso un’isola abitata da persone con un’idea diversa, un’idea di vita e non di morte. Forse quell’isola non c’è, forse è solo un’utopia, ma è pur sempre meglio morire sognando un’utopia che vivere senza nessun’altra prospettiva della morte, del riarmo, della disperazione. Di solito la disperazione altrui. Vale sempre e comunque la pena di cercare quell’isola, come l’isola di vita e di pace, anche se forse è un’isola che non c’è. [🎵Isola che non c’è, Edoardo Bennato] Seconda stella a destra, questo è il cammino, e poi dritto fino al mattino. Poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è.